QUANDO MANCA LA FORMAZIONE (da La Stampa)
LA STAMPA
Il paradosso dei medici: curano noi ma non possono studiare. “Aggiornamento? Solo nel tempo libero”
Un sondaggio Anaao Assomed su 304 medici evidenzia criticità sulla formazione. Oltre il 42% ignora l’esistenza del Piano di Formazione Aziendale. Solo il 4% ritiene adeguato il contributo aziendale alla formazione, mentre il 61% non ha mai partecipato a corsi esterni pagati dall’azienda negli ultimi anni
Quando la formazione manca, il rischio aumenta.
Ma l’organizzazione non finisce mai sotto esame
La formazione continua dei medici dovrebbe essere uno dei cardini della qualità assistenziale. Eppure, come ha mostrato l’articolo pubblicato sul quotidiano LA STAMPA il 21 aprile 2026, questo cardine appare sempre più fragile. Il sondaggio promosso da Anaao Assomed Piemonte nel marzo 2026 – 304 medici coinvolti in tutte le Aziende sanitarie regionali – racconta una realtà che molti professionisti conoscono bene: la formazione c’è, ma spesso non è progettata, organizzata o resa accessibile in modo da rispondere ai bisogni reali.
Il dato più evidente riguarda la conoscenza stessa dell’offerta formativa: il 42% dei medici non sa che esista un Piano di Formazione Aziendale imposto dalla legge Gelli, con punte oltre il 60% in alcune Aziende. A questo si aggiunge un coinvolgimento quasi nullo: l’83,3% dei professionisti non viene consultato nella scelta dei corsi. Non sorprende quindi che il giudizio medio sull’utilità delle proposte aziendali sia un modesto 4,5 su 10.
Per molti medici, formarsi significa farlo da soli. Il 69% degli intervistati è insoddisfatto del supporto economico aziendale e il 61% non ha mai partecipato a corsi esterni finanziati dall’Azienda. Sul fronte del tempo, la situazione è ancora più critica: nonostante il contratto preveda 4 ore settimanali dedicate alla formazione, solo il 12% riesce a utilizzarle davvero, mentre il 67% impiega tutto l’orario di lavoro, compreso quello di aggiornamento, per l’assistenza.
Questi numeri non descrivono solo un disagio professionale. Descrivono un rischio per il sistema. La formazione non è un adempimento burocratico: è uno strumento che permette ai professionisti di lavorare in modo sicuro, soprattutto nelle aree ad alta intensità assistenziale come pronto soccorso, sala parto, emergenza e terapia intensiva.
In questi contesti, la competenza non è un “di più”: è ciò che consente di prendere decisioni rapide, coordinarsi in team complessi, gestire situazioni critiche.
Eppure il sistema ECM italiano, così come è strutturato oggi, misura la quantità di crediti, non la qualità delle competenze. Un medico può essere perfettamente in regola con l’obbligo triennale senza aver mai svolto un corso realmente utile per il proprio contesto operativo, senza simulazione, senza addestramento pratico, senza formazione senza un controllo di performance sulle competenze non tecniche che la letteratura internazionale considera essenziali.
Guardando fuori dai confini nazionali, il divario diventa ancora più evidente.
- Il WHO Global Patient Safety Action Plan 2021‑2030 raccomanda competenze minime obbligatorie per chi lavora in aree critiche, con verifiche periodiche e simulazione integrata.
- La Joint Commission International richiede evidenze documentate di formazione specifica per ruolo e area.
- Il programma TeamSTEPPS dell’AHRQ ha dimostrato efficacia nel ridurre gli errori attraverso il team training.
- In molti Paesi europei – dal NHS britannico ai sistemi nordici – esistono percorsi obbligatori certificati per lavorare in terapia intensiva e urgenza.
L’Italia, invece, ha costruito un sistema ECM orientato all’adempimento formale, non alla sicurezza sostanziale. Un sistema quantitativo, mentre la sicurezza richiede un sistema qualitativo e basato sulle competenze. In tutto questo le Aziende, spesso non hanno un piano strategico che in qualche modo possa compensare questo vuoto qualitativo.
Il nodo medico‑legale
Sul piano giuridico, la situazione è altrettanto complessa. La Legge 24/2017 (Gelli‑Bianco) attribuisce alle strutture sanitarie la responsabilità della sicurezza delle cure e include la formazione tra gli strumenti di prevenzione del rischio. Ma non definisce:
- cosa sia una formazione “adeguata”,
- quali competenze minime servano per area critica,
- quali conseguenze derivino dalla mancata attivazione di percorsi formativi specifici.
Il risultato è un vuoto giurisprudenziale: quando un evento avverso è legato anche a una carenza formativa, è difficile stabilire chi risponde e in che misura.
Dimostrare che un danno è stato causato da una formazione insufficiente è molto più complesso che dimostrare un errore tecnico. Richiede un ragionamento controfattuale (“cosa sarebbe accaduto se il professionista fosse stato formato?”) che la giurisprudenza italiana non ha ancora sviluppato in modo sistematico.
La giurisprudenza italiana, quando affronta casi di responsabilità sanitaria, continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla condotta individuale del professionista, lasciando ai margini le responsabilità dell’Azienda sanitaria e dell’organizzazione.
Nelle consulenze tecniche d’ufficio molto raramente il quesito peritale chiede di valutare:
- se il professionista fosse adeguatamente formato per quel contesto
- se l’Azienda avesse attivato percorsi formativi specifici
- se esistessero criticità organizzative note e non affrontate
- se il team fosse preparato a gestire la situazione
- se la Direzione avesse garantito standard minimi di competenza
In altre parole: la variabile “organizzazione” entra poco o per nulla nel mandato peritale. Questo accade perché il quesito del giudice è quasi sempre centrato sull’individuo, perché la causalità legata alla formazione è più difficile da dimostrare e perché mancano standard minimi di competenza che permettano al CTU di valutare in modo oggettivo l’adeguatezza dell’Azienda.
Il risultato è che, nelle sentenze, la responsabilità aziendale rimane marginale. Le decisioni dei tribunali continuano a ragionare in termini di colpa individuale – imperizia, imprudenza, negligenza – mentre la responsabilità organizzativa, pur prevista in astratto dalla normativa, non viene quasi mai tradotta in un accertamento concreto. Le sentenze che riconoscono una responsabilità della struttura per carenze formative o organizzative sono rarissime e, soprattutto, non riguardano la formazione contestuale nelle aree critiche. Dimostrare che un evento avverso sia stato causato anche da una formazione insufficiente richiede un ragionamento controfattuale – cosa sarebbe accaduto se il professionista fosse stato adeguatamente formato – che la giurisprudenza italiana non ha ancora sviluppato in modo sistematico. A ciò si aggiunge il fatto che il paziente tende a citare in giudizio il medico, non la Direzione Sanitaria o il Risk Manager, e che la cultura medico‑legale italiana resta fortemente orientata alla responsabilità individuale.
Altri Paesi, invece, hanno già aperto questa strada:
- negli Stati Uniti, con la dottrina della corporate liability;
- in Australia, con la clinical governance come obbligo normativo;
- in Francia, con la responsabilità amministrativa dell’ospedale per carenze organizzative, incluse quelle formative.
In Italia, questo passaggio non è ancora avvenuto.
Non esistono statistiche ufficiali, ma la letteratura medico‑legale e le rassegne giurisprudenziali permettono una stima attendibile:
- > 90% delle CTU analizza solo la condotta individuale
- < 10% considera aspetti organizzativi
- < 1% affronta esplicitamente la carenza formativa come causa
- 0% (ad oggi) delle sentenze italiane ha condannato una struttura specificamente per mancata formazione contestuale in area critica
Questi numeri non sono “matematici”, ma riflettono fedelmente il panorama reale.
Il sondaggio Anaao, il confronto internazionale e l’analisi medico‑legale convergono su un punto: la formazione in Italia non è progettata per garantire sicurezza, ma per adempiere a un obbligo formale. E quando la formazione non funziona, non è solo un problema per i medici: è un problema per i pazienti.
L’articolo del 21 aprile ha avuto il merito di portare questo tema fuori dalle stanze degli addetti ai lavori. Ora la domanda è semplice: possiamo permetterci un sistema che chiede ai medici di essere sempre più competenti, ma non offre loro gli strumenti per esserlo?
Finché non verrà colmato il divario tra ciò che la sicurezza richiede e ciò che il sistema formativo offre, continueremo a chiedere ai professionisti di fare bene in condizioni che non li preparano a farlo.
