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LA PREVENZIONE DEL RISCHIO CLINICO IN UNA MODERNA COSTRUZIONE DELLA CULTURA DELLA SICUREZZA

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di Danilo Celleno

La sicurezza delle cure rappresenta oggi una proprietà emergente dell’intero sistema organizzativo e non il semplice risultato della competenza del singolo professionista. Essa nasce dall’interazione tra persone, processi, tecnologie, leadership e cultura organizzativa e richiede un approccio sistemico, multidisciplinare e continuo, orientato all’apprendimento piuttosto che alla sola gestione dell’errore.

In questa prospettiva, ogni intervento volto alla prevenzione proattiva del rischio clinico costituisce un investimento nella costruzione della cultura della sicurezza. La formazione, la simulazione ad alta fedeltà, l’Incident Reporting, gli audit clinici, le Root Cause Analysis (RCA), le Failure Mode and Effects Analysis (FMEA/FMECA), i Safety Walkaround, le revisioni della mortalità e morbilità, l’analisi dei near miss, la standardizzazione dei processi, l’impiego di checklist, i briefing e i debriefing strutturati, l’introduzione di sistemi digitali di supporto alle decisioni e di Intelligenza Artificiale affidabile, così come il monitoraggio continuo degli indicatori di processo e di esito, rappresentano componenti di un unico ecosistema di governo del rischio.

Questo approccio trova il proprio fondamento nella Legge 24/2017, che riconosce la sicurezza delle cure quale parte costitutiva del diritto alla salute, e nei principi promossi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’OCSE, dalla Joint Commission International e dalle più recenti strategie europee in materia di Patient Safety e Quality Improvement. La sicurezza non è più interpretata come semplice conformità alle procedure, ma come capacità dell’organizzazione di anticipare, riconoscere, adattarsi e apprendere continuamente.

In tale cornice si inseriscono i principi delle High Reliability Organizations (HRO), caratterizzate da costante attenzione ai segnali deboli, riluttanza verso spiegazioni semplicistiche, profonda conoscenza dei processi operativi, elevata resilienza organizzativa e valorizzazione delle competenze degli operatori indipendentemente dal ruolo gerarchico. Le organizzazioni ad alta affidabilità sviluppano sistemi capaci di prevenire il fallimento attraverso il monitoraggio continuo delle performance e l’apprendimento organizzativo.

Parallelamente, il passaggio dal paradigma Safety I al modello Safety II ha modificato profondamente il concetto stesso di sicurezza. Se il primo concentra l’attenzione sull’analisi dell’evento avverso e sulla riduzione dell’errore, il secondo studia le ragioni per cui, nella grande maggioranza dei casi, i processi assistenziali producono risultati positivi nonostante la crescente complessità dei sistemi sanitari. L’obiettivo diventa quindi comprendere e rafforzare la capacità adattiva dell’organizzazione, incrementandone resilienza, flessibilità e capacità di risposta.

All’interno di questo modello assume un ruolo centrale la Just Culture, intesa come equilibrio tra responsabilità professionale, apprendimento organizzativo ed equità. La Just Culture promuove un ambiente nel quale gli operatori possono segnalare errori, criticità e near miss senza timore di ingiuste sanzioni, favorendo la trasparenza, la fiducia reciproca e la crescita collettiva. Essa distingue chiaramente l’errore umano involontario, i comportamenti a rischio e le violazioni intenzionali, consentendo una gestione proporzionata delle responsabilità e favorendo un clima orientato al miglioramento continuo piuttosto che alla ricerca del colpevole.

In questo scenario i fattori umani rappresentano un elemento determinante della sicurezza. Le competenze tecniche, pur essendo indispensabili, non sono da sole sufficienti a garantire prestazioni sicure in contesti ad elevata complessità. Le Non-Technical Skills (NTS) — quali leadership, comunicazione efficace, teamwork, situational awareness, decision making, gestione delle risorse, gestione dello stress e del carico cognitivo — costituiscono oggi competenze essenziali per la prevenzione degli eventi avversi e per il funzionamento delle équipe multidisciplinari. Numerose evidenze scientifiche dimostrano che il deterioramento delle NTS precede frequentemente il verificarsi degli errori clinici e rappresenta uno dei principali determinanti degli eventi sentinella.

Le NTS si integrano con il concetto di competenze situate, secondo cui la performance professionale non dipende esclusivamente dalle conoscenze individuali, ma dalla capacità di applicarle efficacemente nello specifico contesto operativo, interagendo con il team, con l’ambiente, con le tecnologie e con i vincoli organizzativi. La competenza, pertanto, non è una caratteristica statica del professionista, ma una proprietà dinamica che emerge dall’interazione tra individuo e sistema.

Per questo motivo la formazione moderna non può limitarsi alla trasmissione delle conoscenze, ma deve prevedere la valutazione oggettiva delle performance individuali e collettive attraverso metodologie validate. La simulazione clinica, il debriefing strutturato e gli strumenti di osservazione comportamentale consentono di misurare contemporaneamente competenze tecniche, Non-Technical Skills, capacità decisionali, efficacia comunicativa, coordinamento del team, leadership distribuita e resilienza operativa. La valutazione delle performance diventa così parte integrante della governance clinica, permettendo di identificare punti di forza, vulnerabilità organizzative e bisogni formativi reali.

La misurazione delle performance non deve essere interpretata come uno strumento di controllo del singolo, ma come un processo continuo di apprendimento dell’organizzazione. Indicatori individuali, indicatori di team e indicatori di sistema permettono infatti di valutare l’efficacia delle strategie di miglioramento, monitorare l’impatto degli interventi formativi, verificare la trasferibilità delle competenze nella pratica clinica e sostenere processi di miglioramento continuo basati su dati oggettivi.

Ogni attività di prevenzione proattiva del rischio contribuisce pertanto alla costruzione della Just Culture e, contemporaneamente, alimenta un’organizzazione capace di apprendere. Clinical Risk Management, Human Factors, High Reliability Organizations, Safety I e Safety II, competenze tecniche e Non-Technical Skills, competenze situate, simulazione, misurazione delle performance, Intelligenza Artificiale affidabile e governance clinica non costituiscono discipline separate, ma elementi di un unico modello organizzativo integrato. L’obiettivo finale non è semplicemente ridurre il numero degli eventi avversi, ma sviluppare sistemi sanitari resilienti, adattivi e ad alta affidabilità, nei quali il miglioramento continuo diventa parte integrante della pratica professionale quotidiana e la sicurezza delle cure rappresenta il principale indicatore della qualità dell’assistenza.

La naturale evoluzione di questo paradigma consiste nel tradurre i principi della sicurezza in modelli organizzativi capaci di supportare concretamente l’attività clinica. Una cultura della sicurezza realmente matura non si limita infatti a promuovere comportamenti virtuosi, ma si esprime attraverso la progettazione di ambienti, processi e percorsi assistenziali che rendano la scelta sicura la scelta più semplice da compiere.

Le organizzazioni sanitarie ad alta affidabilità sono chiamate a sviluppare strutture assistenziali nelle quali la prevenzione del rischio non rappresenti un’attività aggiuntiva, ma un elemento intrinseco dell’organizzazione del lavoro. In tale prospettiva, la configurazione degli spazi, la definizione dei livelli assistenziali, la presenza di competenze dedicate, la standardizzazione dei percorsi clinici, l’integrazione multidisciplinare, la disponibilità di tecnologie avanzate e il monitoraggio continuo delle performance costituiscono strumenti di governo del rischio almeno quanto le procedure e i protocolli.

Questo principio assume un valore ancora maggiore nell’ambito ostetrico, dove la fisiologia può evolvere improvvisamente verso condizioni tempo-dipendenti ad elevata complessità clinica, come l’emorragia post partum, la preeclampsia/eclampsia, la sepsi materna, le complicanze anestesiologiche, gli eventi tromboembolici o le emergenze cardio-respiratorie. In tali contesti, la rapidità di riconoscimento del deterioramento clinico, la capacità di coordinamento del team multiprofessionale, la disponibilità immediata di risorse e la continuità del monitoraggio rappresentano determinanti essenziali dell’esito materno e neonatale.

L’organizzazione di un’Area di Alta Intensità Ostetrica costituisce, pertanto, la traduzione operativa dei principi della Just Culture e del Clinical Risk Management. Essa rappresenta un ambiente progettato secondo i criteri delle High Reliability Organizations, nel quale la sicurezza è costruita attraverso l’integrazione tra fattori strutturali, organizzativi, tecnologici e professionali. La concentrazione di competenze specialistiche, il monitoraggio avanzato, la gestione multidisciplinare, l’utilizzo di percorsi clinici standardizzati, la simulazione periodica degli scenari critici, la valutazione delle competenze tecniche e delle Non-Technical Skills, la misurazione delle performance individuali e di équipe e l’analisi sistematica degli esiti consentono di trasformare la gestione dell’urgenza in un processo altamente controllato e continuamente migliorabile.

L’Area di Alta Intensità Ostetrica non deve quindi essere considerata esclusivamente come uno spazio fisico o come un livello assistenziale intermedio tra sala parto e terapia intensiva. Essa rappresenta un vero e proprio modello organizzativo nel quale convergono tutti i pilastri della moderna sicurezza delle cure: governance clinica, Human Factors, Safety I e Safety II, resilienza organizzativa, competenze situate, apprendimento continuo, valutazione delle performance e Just Culture.

In questa prospettiva, l’istituzione di Aree di Alta Intensità Ostetrica non costituisce soltanto una risposta organizzativa alle emergenze materne, ma diventa uno strumento strategico di prevenzione proattiva del rischio, capace di aumentare l’affidabilità del sistema, ridurre la variabilità assistenziale, favorire il lavoro interdisciplinare e garantire una presa in carico appropriata delle pazienti ad elevata complessità clinica. L’organizzazione stessa diventa quindi un dispositivo di sicurezza, nel quale ogni elemento — dalle infrastrutture ai processi, dalle tecnologie alle competenze — concorre a costruire un sistema resiliente, orientato al miglioramento continuo e alla tutela della salute materna e neonatale.

È proprio in questa cornice che si colloca il modello dell’Area di Alta Intensità Ostetrica proposto: non semplicemente una nuova unità assistenziale, ma l’espressione organizzativa di una moderna cultura della sicurezza, capace di integrare evidenze scientifiche, gestione del rischio, simulazione, formazione, valutazione delle competenze e governo clinico in un unico sistema coerente, misurabile e replicabile.

High Dependency Obstetric Units, Maternal High Dependency Units e Obstetric Intermediate Care Units: una via proattiva di gestione del rischio clinico in sala parto

1. Il Danno Ostetrico come Evento Catastrofale: Il Punto di Vista Assicurativo

Nel linguaggio tecnico del risk management assicurativo, il termine “catastrofale” non è usato in modo enfatico ma in modo precisamente classificatorio: designa quegli eventi la cui combinazione di probabilità e gravità del danno produce passività potenziali così elevate da richiedere strumenti di copertura speciali, riserve dedicate e modelli attuariali distinti da quelli applicabili agli eventi avversi ordinari. Il danno ostetrico rientra in questa categoria in modo quasi universale tra le principali compagnie assicurative europee e nordamericane, e la ragione è aritmeticamente semplice: combina la massima severità del danno — morte o disabilità permanente grave di un neonato o di una madre — con la massima durata della passività, poiché la vita residua attesa di un neonato che sopravvive con danni neurologici gravi può estendersi per settanta o più anni, producendo risarcimenti che in molti sistemi giuridici capitalizzano decenni di cure, assistenza, perdita di capacità lavorativa e sofferenza morale.

Il dato aggregato più citato a livello internazionale proviene dagli Stati Uniti, dove il National Practitioner Data Bank documenta che le vertenze relative a eventi avversi ostetrici rappresentano consistentemente una delle voci più rilevanti per importo medio dei risarcimenti nel panorama della responsabilità sanitaria, con valori medi per singola vertenza che nelle ultime rilevazioni disponibili superano stabilmente il milione di dollari e raggiungono picchi di decine di milioni nei casi di paralisi cerebrale infantile [1]. Nel Regno Unito, il NHS Resolution — l’organismo che gestisce i sinistri del National Health Service — ha riportato che le vertenze relative alla maternità, pur rappresentando una percentuale minoritaria del totale delle vertenze ricevute, assorbono una quota sproporzionatamente elevata del totale dei risarcimenti liquidati: nelle relazioni annuali degli ultimi anni, i sinistri ostetrici hanno rappresentato circa il 50% del valore complessivo di tutti i risarcimenti NHS, con un costo totale annuale delle vertenze ostetriche che ha superato il miliardo di sterline in diversi degli ultimi esercizi pubblicati [2]. Questi numeri non sono astratti: si traducono in premi assicurativi straordinariamente elevati per le strutture che gestiscono parti ad alto rischio, in accantonamenti di riserva che pesano sui bilanci delle aziende sanitarie per decenni dopo l’evento generatore, e in un costo sistemico che il NHS Resolution ha stimato in circa 8 miliardi di sterline come passività potenziale complessiva a lungo termine per i sinistri ostetrici in corso di definizione [2].

In Italia, il quadro non è statisticamente diverso nel suo profilo qualitativo, anche se la rilevazione sistematica dei dati è più frammentaria. Le analisi dell’ANIA — Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici — e i dati disponibili attraverso il sistema ItOSS dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che il danno perinatale grave — in particolare la paralisi cerebrale infantile da asfissia neonatale — è la causa singola più rilevante per importo dei risarcimenti in ambito di responsabilità sanitaria, con sentenze che nelle corti italiane hanno raggiunto importi nell’ordine di diversi milioni di euro per singolo caso [3]. Una ricerca dell’Osservatorio sulla Responsabilità Sanitaria ha evidenziato che le vertenze ostetriche rappresentano in Italia una percentuale significativa del contenzioso sanitario totale in termini di valore economico, con una tendenza all’aumento degli importi medi dei risarcimenti riconosciuti dalla giurisprudenza italiana nel corso degli ultimi due decenni [4]. La Corte di Cassazione ha progressivamente consolidato criteri di liquidazione del danno biologico permanente al neonato che tengono conto dell’intera aspettativa di vita residua e dei costi di assistenza continua, producendo sentenze con importi totali che in alcuni casi documentati superano i cinque milioni di euro per singolo evento [5].

Il dato più significativo dal punto di vista della gestione del rischio non è tuttavia l’importo dei singoli risarcimenti, per quanto impressionante, ma la struttura temporale della passività che il danno ostetrico genera. Un risarcimento per paralisi cerebrale infantile da asfissia neonatale produce passività che si estendono per decenni dopo l’evento: le rendite vitalizie per l’assistenza, le spese mediche e riabilitative continuative, il risarcimento della perdita di capacità lavorativa futura sono voci che le corti italiane ed europee riconoscono in modo crescentemente articolato e quantificato, e che le compagnie assicurative devono accantonare per periodi che possono superare i cinquant’anni dall’evento generatore. Questa caratteristica — la lunghissima coda temporale del danno ostetrico — è ciò che lo rende catastrofale in senso attuariale, indipendentemente dalla sua frequenza assoluta, e ciò che giustifica l’attenzione speciale che le compagnie assicurative riservano alla prevenzione degli eventi avversi ostetrici come priorità assoluta di risk management.

2. L’Intensità di Cure come Pratica Attiva dell’Organizzazione Sanitaria Moderna

Prima di affrontare la struttura specifica delle unità ostetriche di alta intensità, è necessario collocare il concetto di intensità di cure nel quadro più ampio della moderna organizzazione sanitaria, di cui esso rappresenta non un’eccezione tecnica ma un principio costitutivo. L’intensità di cure — intesa come la modulazione sistematica e strutturata del livello di sorveglianza, di intervento e di competenze disponibili in funzione della complessità clinica del paziente — è oggi riconosciuta dalla letteratura internazionale sull’organizzazione sanitaria come una delle leve più efficaci per ridurre la variabilità degli esiti e per prevenire il deterioramento clinico non riconosciuto, che è tra le cause più frequenti di eventi avversi evitabili nei sistemi sanitari avanzati [36].

Il modello tradizionale di organizzazione ospedaliera era fondamentalmente binario: il paziente era ricoverato in un reparto ordinario o trasferito in terapia intensiva. Questa binarietà rifletteva una concezione del deterioramento clinico come evento discontinuo — il paziente “precipita” dallo stabile al critico — che la ricerca clinica degli ultimi trent’anni ha progressivamente eroso. La realtà del deterioramento clinico è invece continua: vi sono traiettorie di peggioramento identificabili, segnali precoci intercettabili, finestre temporali in cui l’intervento è possibile prima che la compromissione raggiunga la soglia della criticità [37]. Il modello per intensità di cure risponde precisamente a questa evidenza: costruisce livelli assistenziali intermedi che permettono di intercettare il deterioramento nella sua fase precoce, prima che richieda le risorse più intensive e più costose della terapia intensiva, e prima che abbia prodotto danni irreversibili.

Nei sistemi sanitari che hanno adottato il modello per intensità di cure in modo sistematico — il NHS britannico, il sistema ospedaliero olandese, quello australiano — l’organizzazione per livelli di intensità non riguarda solo i reparti specializzati ma ridisegna l’intera architettura dell’ospedale. I pazienti non sono ammessi in reparti definiti dalla specialità medica che li gestisce ma in aree definite dall’intensità di sorveglianza e di intervento che il loro quadro clinico richiede, con criteri di ammissione, di dimissione e di escalation chiaramente definiti e applicati in modo sistematico [38]. Questo approccio ha dimostrato di ridurre i trasferimenti non programmati in terapia intensiva — che sono un indicatore di qualità negativo, poiché segnalano il mancato riconoscimento precoce del deterioramento — e di migliorare gli esiti per i pazienti ad alta complessità attraverso la concentrazione delle competenze e delle risorse nel momento e nel luogo appropriato.

In Italia, il modello per intensità di cure è stato formalmente riconosciuto come obiettivo organizzativo dal Piano Sanitario Nazionale e da alcune programmazioni regionali — con la Regione Toscana come riferimento pionieristico nell’elaborazione di questo modello a livello di sistema — ma la sua implementazione effettiva è ancora molto eterogenea, e il contesto ostetrico è tra quelli in cui il ritardo è più marcato e le conseguenze più rilevanti [39]. Le HDOU, le Maternal High Dependency Units e le Obstetric Intermediate Care Units sono, in questo senso, l’espressione specifica del modello per intensità di cure applicato al contesto ostetrico: livelli assistenziali intermedi che permettono di gestire la complessità crescente della popolazione che partorisce con la stessa logica sistematica che la medicina intensiva ha elaborato per i pazienti critici adulti in tutti gli altri contesti clinici.

Il modello per intensità di cure ha anche implicazioni dirette sulla gestione del rischio clinico e sulla strutturazione della responsabilità professionale. In un’organizzazione per intensità di cure matura, la responsabilità della sorveglianza del paziente non è attribuita individualmente al singolo professionista ma è distribuita su un sistema che comprende protocolli di monitoraggio, criteri di escalation automatica, sistemi di allerta precoce e procedure di handover strutturate. Questa distribuzione della responsabilità — dal professionista al sistema — è coerente con i principi della Just Culture e con la logica della gestione sistemica del rischio: l’obiettivo non è trovare il professionista che ha mancato di riconoscere il deterioramento, ma costruire il sistema che rende impossibile che il deterioramento non venga riconosciuto.

3. L’Epidemiologia del Rischio Ostetrico: Perché la Sala Parto è un Ambiente ad Alta Intensità

Comprendere perché le High Dependency Obstetric Units rappresentino una risposta organizzativa razionale al rischio ostetrico richiede una comprensione precisa della distribuzione del rischio all’interno del percorso nascita. La sala parto non è un ambiente uniforme: è un contesto in cui eventi fisiologici e complicanze potenzialmente fatali possono succedersi o coesistere nello stesso spazio nel giro di minuti, e in cui la capacità di riconoscere precocemente il deterioramento clinico e di attivare risposte tempestive è il determinante principale degli esiti materni e neonatali.

L’emorragia post-partum è la complicanza ostetrica più frequente a livello globale e rappresenta la principale causa di mortalità materna nei paesi a basso reddito e una causa rilevante di morbilità grave nei paesi ad alto reddito. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’emorragia post-partum complichi circa il 5% di tutti i parti nel mondo [6], con una variabilità significativa tra contesti in funzione della qualità dei sistemi di sorveglianza e delle definizioni adottate. Nei paesi europei, dove la mortalità materna diretta da emorragia è stata drasticamente ridotta dall’accesso alle trasfusioni e agli interventi chirurgici, il danno residuo si manifesta prevalentemente come morbilità grave — coagulopatia, isterectomia d’emergenza, insufficienza d’organo — con conseguenze a lungo termine sulla salute e sulla qualità di vita delle donne [7]. L’eclampsia e le sindromi ipertensive in gravidanza colpiscono globalmente tra il 2% e l’8% delle gravidanze nelle loro forme clinicamente significative [8]. La sepsi ostetrica — la terza causa di mortalità materna nei paesi ad alto reddito — si caratterizza per una progressione rapida che richiede il riconoscimento precoce e l’intervento tempestivo per prevenire il deterioramento verso il quadro settico grave [9].

Accanto a queste complicanze specificamente ostetriche, il profilo di rischio della popolazione che partorisce è profondamente cambiato nel corso degli ultimi tre decenni. L’aumento dell’età media al primo parto, l’incremento dei tassi di obesità materna, la crescente prevalenza di gravidanze in donne con comorbilità significative — malattie cardiovascolari, diabete, patologie autoimmuni, condizioni oncologiche — e l’incremento delle gravidanze da tecniche di riproduzione assistita, spesso associate a gravidanze multiple, hanno prodotto una popolazione di pazienti ostetriche il cui profilo di rischio è significativamente più complesso di quello delle generazioni precedenti [10]. Studi europei hanno documentato che la proporzione di donne con almeno una comorbilità significativa che partoriscono in strutture ospedaliere è aumentata considerevolmente nel corso degli ultimi vent’anni, con un corrispondente aumento della frequenza delle complicanze severe [11].

Questo cambiamento epidemiologico impone alle strutture ostetriche di operare in un contesto in cui la distinzione tra fisiologia e patologia è sempre più sottile e in cui la capacità di sorveglianza intensiva e di risposta rapida non può essere riservata alle sole pazienti identificate come ad alto rischio prima del parto, poiché una quota significativa degli eventi avversi gravi si verifica in donne che non erano state classificate come tali [12].

4. Le High Dependency Obstetric Units: Definizione e Razionale Clinico

Le High Dependency Obstetric Units — denominate anche Maternal High Dependency Units o Obstetric Intermediate Care Units a seconda del contesto e del grado di intensità assistenziale che incorporano — sono strutture di livello intermedio tra la sala parto ordinaria e la terapia intensiva generale, specificamente progettate per la sorveglianza e la gestione delle donne ostetriche che richiedono un monitoraggio più intensivo e competenze più specializzate di quelle disponibili in un’ordinaria sala travaglio, senza raggiungere il livello di compromissione che richiede il ricovero in un’unità di terapia intensiva adulti generale [13].

La distinzione tra i diversi livelli — High Dependency Care di livello 2 e Critical Care di livello 3 nella classificazione adottata dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists e dal Royal College of Anaesthetists — risponde a una logica clinica precisa [14]. Le donne con complicanze ostetriche gravi ma stabilizzate, o con comorbilità significative che richiedono monitoraggio continuo durante il parto e nelle prime ore del post-partum, non traggono necessariamente beneficio dalla terapia intensiva generale — ambiente per definizione non specializzato per la gestione delle specificità ostetriche e neonatali — ma richiedono più di quanto una sala parto ordinaria possa offrire in termini di sorveglianza, competenze e strumenti diagnostici disponibili al letto.

Il razionale dell’HDOU si basa su tre argomenti convergenti. Il primo è clinico: la concentrazione di pazienti ad alto rischio in un’unità dedicata, con personale specificamente formato e strumenti di monitoraggio avanzati, permette di ridurre il ritardo nel riconoscimento del deterioramento clinico che è il fattore contributivo più frequentemente identificato nelle analisi degli eventi avversi ostetrici gravi [15]. Il secondo è organizzativo: la presenza di un’unità intermedia riduce la pressione sulla terapia intensiva generale, evitando trasferimenti non necessari che interrompono la continuità della cura ostetrica e neonatale [16]. Il terzo è economico: la prevenzione degli eventi avversi catastrofali che caratterizzano il danno ostetrico ha un ritorno economico misurabile, sia in termini di riduzione dei costi diretti della gestione delle complicanze che in termini di riduzione delle passività assicurative a lungo termine [17].

5. Il Team Multidisciplinare come Infrastruttura della Sicurezza Ostetrica

Se la struttura fisica dell’HDOU è la condizione necessaria per la gestione delle pazienti ad alta intensità ostetrica, il team multidisciplinare specializzato è la condizione sufficiente che la rende efficace. La letteratura sulla sicurezza dei sistemi complessi è inequivocabile su questo punto: nessuna struttura, per quanto ben progettata e attrezzata, produce sicurezza in assenza di un team che sappia usarla, che condivida un modello mentale comune della situazione clinica, che comunichi in modo efficace sotto pressione e che sia capace di coordinare azioni complesse in condizioni di incertezza e urgenza [40].

Il team che opera in un’HDOU è per definizione multiprofessionale e multidisciplinare. Lo specialista ostetrico porta la competenza sulla fisiopatologia della gravidanza e del parto, sulla valutazione del benessere fetale, sulla gestione delle complicanze specificamente ostetriche. L’anestesista ostetrico — figura che nei sistemi sanitari più maturi è specificamente formata per il contesto ostetrico, con competenze che integrano l’anestesiologia con la medicina intensiva e con la fisiopatologia della gravidanza — è il professionista di riferimento per il monitoraggio emodinamico avanzato, la gestione delle vie aeree difficili che la gravidanza predispone, il supporto alla coagulazione e la gestione del dolore. L’ostetrica è il professionista che garantisce la continuità della sorveglianza, che identifica i primi segni di deterioramento attraverso l’osservazione diretta e il monitoraggio strumentale, che attiva i percorsi di escalation e che coordina l’assistenza nel quotidiano. L’infermiere di area critica porta le competenze specifiche della gestione intensiva — accessi vascolari centrali, monitoraggio emodinamico invasivo, gestione dei farmaci vasoattivi, supporto ventilatorio non invasivo — che nell’HDOU ostetrica si integrano con le competenze specifiche del contesto.

Questa costellazione di competenze non produce sicurezza per la semplice coesistenza dei professionisti nello stesso spazio. Produce sicurezza quando i professionisti hanno costruito nel tempo la capacità di lavorare insieme come sistema: quando condividono protocolli, quando si conoscono reciprocamente come persone e come professionisti, quando hanno sperimentato insieme la gestione di situazioni critiche e ne hanno estratto apprendimento condiviso, quando la comunicazione tra di loro è fluida, precisa e priva delle barriere gerarchiche che in molti contesti sanitari impediscono il flusso delle informazioni critiche. Questa capacità non si improvvisa nel momento dell’emergenza: si costruisce nel tempo attraverso la formazione, la simulazione e la pratica condivisa.

La letteratura sul teamwork in medicina d’urgenza e in anestesiologia ha documentato in modo estensivo che la performance di un team in una situazione critica dipende molto più dalla qualità delle interazioni tra i suoi membri che dalla competenza tecnica individuale dei singoli [41]. Un team di professionisti eccellenti che non hanno mai lavorato insieme, che non condividono protocolli comuni e che non hanno mai simulato la gestione di un’emergenza ostetrica, produce una performance peggiore di un team di professionisti di competenza media che ha costruito nel tempo una cultura di lavoro condivisa. Questo dato — che la psicologia organizzativa ha consolidato con decenni di ricerca — ha implicazioni dirette sulla progettazione dei team che operano nelle HDOU: non è sufficiente reclutare professionisti competenti; è necessario costruire attivamente la capacità di funzionare come sistema.

6. La Formazione del Team Multidisciplinare: Dal Singolo al Sistema

La formazione del team multidisciplinare che opera in un’HDOU — o più in generale nell’intero contesto della gestione delle emergenze ostetriche — non può essere la somma delle formazioni individuali di ciascun professionista. Questa è una distinzione cruciale che molti programmi formativi sanitari ancora non hanno pienamente incorporato: un medico può essere ottimamente formato nelle competenze tecniche della sua specialità, un’ostetrica può avere competenze cliniche eccellenti, un’infermiera può dominare perfettamente le procedure intensive, ma questo non garantisce che il team che questi tre professionisti compongono funzioni in modo sicuro in una situazione critica.

La formazione del team come sistema — team training — ha una storia relativamente breve in medicina ma un corpus di evidenze crescente che ne documenta l’efficacia. Il programma TeamSTEPPS — Team Strategies and Tools to Enhance Performance and Patient Safety — sviluppato dall’Agency for Healthcare Research and Quality americana e dal Dipartimento della Difesa americano, e successivamente adattato a numerosi contesti clinici incluso quello ostetrico, rappresenta il framework più strutturato e più ampiamente studiato per la formazione delle competenze di team in sanità [42]. Il framework identifica quattro competenze fondamentali del team — leadership, situational monitoring, mutual support, communication — e fornisce strumenti specifici per svilupparle e valutarle in contesti simulati e reali.

Nel contesto specifico delle HDOU ostetriche, la formazione del team deve affrontare alcune sfide specifiche che non si trovano in altri contesti di alta intensità. La prima è la natura discontinua delle emergenze: a differenza di un team di terapia intensiva che gestisce pazienti critici in modo continuo, il team ostetrico può trascorrere lunghi periodi senza dover affrontare emergenze severe, per poi ritrovarsi a dover gestire situazioni critiche che richiedono il coordinamento immediato di competenze diverse e la capacità di prendere decisioni sotto pressione temporale intensa. Il mantenimento della prontezza operativa in assenza di esposizione frequente alle situazioni più critiche è una delle sfide formative più rilevanti del contesto ostetrico, e la simulazione periodica è lo strumento più efficace per affrontarla.

La seconda sfida specifica è la coesistenza nello stesso team di professionisti con background formativi molto diversi — e spesso con culture professionali che hanno storie di tensione reciproca, come accade frequentemente tra la cultura medica e quella ostetrica-infermieristica. La formazione interprofessionale — che mette insieme in contesti formativi professionisti di diverse categorie che nella pratica clinica lavoreranno come team — è lo strumento che la letteratura identifica come più efficace per ridurre queste tensioni e per costruire la fiducia e la comunicazione che il lavoro in team richiede [43]. Ma è anche lo strumento che incontra le resistenze più forti, perché chiede a ciascuna categoria professionale di mettere in discussione le proprie pratiche e le proprie credenze in presenza di colleghi di altre categorie, il che richiede un livello di sicurezza psicologica che molti contesti sanitari non hanno ancora costruito.

La terza sfida specifica è la gestione della transizione tra il contesto normale e quello critico. In sala parto, questa transizione può avvenire nel giro di secondi — un parto che procede normalmente che si complica improvvisamente con un’emorragia massiva, una paziente stabile che va incontro a un’eclampsia, un feto con frequenza cardiaca normale che mostra segni di distress acuto. La capacità del team di riconoscere questa transizione e di cambiare rapidamente il proprio assetto operativo — attivando i protocolli di emergenza, chiamando i professionisti necessari, riorganizzando le priorità — è una competenza che richiede pratica specifica e che non può essere data per scontata anche in team di professionisti esperti [44].

7. Il Ruolo Specifico di Ostetrici, Ostetriche e Infermieri nella Formazione del Team HDOU

La formazione del team multidisciplinare acquista significato pieno solo quando si comprende il contributo specifico e insostituibile che ciascuna figura professionale porta al sistema, e come questo contributo deve essere sviluppato attraverso percorsi formativi che tengano conto non solo delle competenze tecniche ma anche del ruolo che ciascuna figura svolge nelle dinamiche del team.

L’ostetrico — ginecologo specializzato in medicina materno-fetale o nelle emergenze ostetriche — è il clinico di riferimento per le decisioni terapeutiche nelle situazioni di alta complessità. La sua formazione nella gestione dell’emergenza ostetrica deve integrare le competenze tecniche — la gestione chirurgica dell’emorragia, la gestione farmacologica dell’eclampsia, il riconoscimento e la gestione della sepsi ostetrica — con le competenze non tecniche che la letteratura identifica come altrettanto critiche per la sicurezza: la capacità di costruire rapidamente un modello mentale della situazione, di comunicare le proprie decisioni in modo chiaro e verificabile, di mantenere la consapevolezza situazionale in condizioni di stress, di delegare efficacemente e di integrare le informazioni che arrivano dai diversi membri del team. La formazione attraverso la simulazione permette di sviluppare queste competenze in condizioni che riproducono fedelmente la pressione del contesto reale, con la differenza cruciale che gli errori commessi in simulazione producono apprendimento anziché danno.

L’anestesista ostetrico svolge in un’HDOU un ruolo che va ben oltre la gestione del dolore e dell’anestesia per il parto operativo. È il professionista che garantisce la competenza di medicina intensiva all’interno del percorso ostetrico: il monitoraggio emodinamico avanzato, la gestione delle vie aeree in una paziente con le modificazioni anatomiche della gravidanza che le rendono difficili, la gestione della coagulopatia con test viscoelastici point-of-care, il supporto volemico e il trattamento dello shock ipovolemico, la gestione dei farmaci antipertensivi e anticonvulsivanti nelle crisi eclamptica sono competenze che nell’HDOU devono essere disponibili immediatamente e che l’anestesista ostetrico è il professionista più adatto a garantire. La formazione specifica per l’anestesista ostetrico nel contesto dell’HDOU deve includere la gestione dei protocolli di emergenza ostetrica in quanto leader tecnico delle situazioni critiche, ma anche la capacità di comunicare efficacemente con gli ostetrici e con le ostetriche in condizioni di pressione, di mantenere la propria presenza cognitiva in situazioni di alta complessità e di supportare il team nelle decisioni più difficili.

L’ostetrica è la figura professionale che garantisce la continuità della sorveglianza e rappresenta, nella struttura del team HDOU, il sensore più sensibile del sistema per il riconoscimento precoce del deterioramento clinico. È l’ostetrica che trascorre più tempo al letto della paziente, che osserva l’evoluzione dei parametri vitali, che percepisce i cambiamenti sottili nel comportamento e nella condizione della donna, che — se il sistema funziona — attiva l’escalation prima che il deterioramento raggiunga la soglia della criticità. Questo ruolo richiede competenze specifiche che vanno al di là della formazione ostetrica tradizionale: la capacità di interpretare i parametri di monitoraggio avanzato, la familiarità con i sistemi di early warning standardizzati per il contesto ostetrico, la conoscenza dei protocolli di escalation e la capacità di attivare — e di sostenere — la comunicazione verso l’alto della gerarchia anche in presenza di pressioni gerarchiche che tendono a inibire questa comunicazione. La formazione dell’ostetrica per l’HDOU deve quindi sviluppare non solo le competenze tecniche del monitoraggio ma anche le competenze comunicative e assertive che permettono di tradurre l’osservazione clinica in azione tempestiva.

L’infermiere di assistenza — con competenze specifiche di area critica adattate al contesto ostetrico — completa il team portando le competenze operative della gestione intensiva: la gestione degli accessi vascolari centrali e periferici, la preparazione e la somministrazione dei farmaci vasoattivi, il monitoraggio emodinamico invasivo, il supporto ventilatorio non invasivo, la gestione dei drenaggi e dei dispositivi di supporto. In un’HDOU funzionante, l’infermiere non è un esecutore passivo delle prescrizioni mediche ma un membro attivo del team che contribuisce alla situational awareness collettiva, che segnala le discrepanze tra l’evoluzione clinica attesa e quella osservata, che comunica in modo strutturato le informazioni rilevanti nei momenti di handover e che è capace di attivare autonomamente le procedure di emergenza quando la situazione lo richiede prima che il medico arrivi al letto. Questa capacità — che la letteratura sulla sicurezza dei team definisce “shared mental model” e “backup behavior” — è il prodotto della formazione comune e della pratica condivisa nel team, non della sola competenza tecnica individuale.

8. La Simulazione come Strumento di Costruzione del Team HDOU

La simulazione clinica in alta fedeltà, integrata nella formazione continua del team HDOU, non è semplicemente un metodo didattico tra gli altri: è lo strumento che permette di costruire la capacità del team di funzionare come sistema sicuro in condizioni che la pratica clinica ordinaria non può replicare in modo controllato e intenzionale.

I programmi di simulazione più efficaci per il contesto ostetrico — come PROMPT nel Regno Unito, ALSO in Nord America e i programmi analoghi sviluppati in Australia e in Scandinavia — condividono alcune caratteristiche strutturali che la letteratura ha identificato come determinanti per l’efficacia [32,33]. La prima è la periodicità: la simulazione deve essere sufficientemente frequente da mantenere la prontezza operativa del team, con la raccomandazione generale di almeno una sessione annuale per ciascun membro del team nelle situazioni di emergenza più critiche e più frequenti, con frequenza maggiore per i professionisti che entrano nel team per la prima volta o che rientrano dopo un periodo di assenza. La seconda è la multiprofessionalità: gli scenari devono includere tutti i professionisti del team reale, non solo i medici o solo le ostetriche, perché è la capacità di interazione tra le diverse figure che si costruisce in simulazione. La terza è la fedeltà contestuale: la simulazione in situ — condotta negli spazi reali con le attrezzature reali — permette di identificare vulnerabilità organizzative che non emergono in centri di simulazione dedicati ma che sono determinanti per la sicurezza nel contesto reale.

Il debriefing strutturato che segue ogni sessione simulata è il momento in cui l’esperienza si trasforma in apprendimento. Un debriefing centrato esclusivamente sulla performance tecnica — “hai somministrato l’ossitocina correttamente, hai dimenticato il misoprostolo” — perde la dimensione più ricca dell’esperienza simulata: come il team ha comunicato, come ha preso le decisioni, come ha gestito la pressione temporale, chi ha percepito informazioni critiche che non sono arrivate agli altri, quali barriere hanno impedito la comunicazione assertiva. Il debriefing orientato alle NTS — condotto con istruttori specificamente formati alla facilitazione e supportato da strumenti come i behavioral markers validati da Bracco e colleghi per il contesto ostetrico [31] — permette di esplorare queste dimensioni in modo sistematico e di costruire apprendimento che modifica non solo i comportamenti tecnici ma i modelli mentali e le abitudini comunicative del team.

L’esperienza della Recovery Room del Gaslini dimostra che questo livello di formazione è realizzabile anche in assenza di una cornice normativa nazionale che lo renda obbligatorio, quando la direzione dell’istituzione sceglie di trattare la formazione del team come un investimento strategico nella sicurezza piuttosto che come un adempimento burocratico. Il programma annuale di simulazione tridimensionale con valutazione multimodale delle competenze tecniche e non tecniche — integrato con il sistema di gestione del rischio clinico attraverso il collegamento con gli audit e l’analisi dei near miss — è la dimostrazione concreta che il modello funziona anche nel contesto italiano.

9. Modelli Organizzativi a Confronto: dall’HDOU alla Obstetric Intermediate Care Unit

I modelli organizzativi con cui le strutture sanitarie hanno risposto all’esigenza di cure ostetriche di alta intensità variano considerevolmente, riflettendo diversità nei sistemi sanitari, nei volumi di attività, nelle risorse disponibili e nelle tradizioni professionali.

Il modello britannico, definito dagli standard pubblicati congiuntamente dal RCOG e dal RCA, distingue tre livelli di cura. Il livello 1 corrisponde all’assistenza ostetrica ordinaria. Il livello 2 — High Dependency Care — comprende la sorveglianza delle donne che richiedono monitoraggio di uno o due sistemi d’organo con interventi non invasivi. Il livello 3 — Critical Care — comprende il supporto invasivo di due o più sistemi d’organo [14]. Il documento raccomanda che ogni struttura ostetrica che supera un determinato volume di parti disponga di letti dedicati al livello 2, fisicamente integrati con il percorso nascita, con standard di staffing specifici che comprendono la presenza continua di anestesisti con formazione ostetrica e di ostetriche con competenze avanzate. Elemento qualificante del modello britannico è l’integrazione esplicita tra la struttura fisica, i requisiti di staffing e gli obblighi formativi: PROMPT è formalmente integrato nei requisiti del NHS Maternity Safety Programme, e le strutture sono tenute a documentare la partecipazione del proprio team ai programmi di formazione come condizione per il mantenimento del livello di accreditamento.

Il modello nordamericano, sviluppato attraverso le raccomandazioni dell’ACOG e della SMFM, si è orientato verso la costruzione di Obstetric Emergency Response Teams come complemento agli spazi fisici dedicati [18]. I programmi CMQCC hanno documentato riduzioni significative della morbilità materna severa nelle strutture che hanno implementato pacchetti di intervento combinati che comprendono sia la strutturazione degli spazi che la formazione dei team di risposta [19]. Un elemento distintivo dell’approccio americano è la standardizzazione dei “hemorrhage bundles” e degli “hypertension bundles” — pacchetti di intervento predefiniti che devono essere attivati in modo automatico al raggiungimento di specifici trigger clinici — che riducono la variabilità della risposta e il tempo di attivazione delle misure terapeutiche critiche.

Il modello australiano si caratterizza per l’integrazione esplicita tra la strutturazione clinica delle unità ostetriche di alta intensità e i programmi di formazione e verifica delle competenze, con requisiti di certificazione del personale che operano nelle unità di alta dipendenza ostetrica [20]. Questo approccio integrato — spazi, competenze e formazione come elementi inseparabili di un unico sistema di sicurezza — è quello che la letteratura più recente identifica come il modello di riferimento.

In Italia, l’assenza di una definizione normativa delle unità ostetriche di alta intensità ha prodotto una variabilità estrema nelle soluzioni organizzative adottate. Alcune strutture Hub di terzo livello hanno sviluppato de facto modelli analoghi all’HDOU britannica. La grande maggioranza delle strutture ostetriche italiane, tuttavia, gestisce le pazienti ad alta complessità all’interno degli spazi ordinari della sala parto o del post-partum, senza un livello intermedio strutturato [21]. Il Piano Nazionale per la Sicurezza del Paziente 2022-2026 riconosce questa eterogeneità come criticità, ma non ha ancora prodotto standard nazionali vincolanti per la strutturazione delle unità ostetriche di alta intensità.

10. Il Ruolo dell’HDOU nella Prevenzione degli Eventi Avversi: Evidenze dalla Letteratura

Le evidenze sull’efficacia delle HDOU nella riduzione degli eventi avversi ostetrici gravi sono cresciute significativamente nel corso degli ultimi due decenni. Il dato più robusto riguarda il ritardo nel riconoscimento del deterioramento clinico. Le revisioni sistematiche degli eventi avversi ostetrici gravi mostrano consistentemente che il ritardo nel riconoscimento dei segni precoci di compromissione emodinamica, coagulopatica o neurologica è il fattore contributivo più frequente, presente in una proporzione che alcune analisi stimano superiore al 60% degli eventi evitabili [22]. Il progetto MBRRACE-UK ha documentato nelle sue successive relazioni annuali che una proporzione significativa delle morti materne analizzate era associata a elementi di cura subottimale che comprendevano il mancato riconoscimento precoce del deterioramento e ritardi nell’escalation [23].

Il programma “Saving Lives, Improving Mothers’ Care” ha mostrato nel corso degli anni una correlazione tra l’adozione di standard di high dependency care ostetrica e la riduzione della mortalità per cause dirette [24]. In Olanda, il LEMMoN study ha prodotto dati nazionali sulla morbilità materna severa che hanno orientato le politiche di strutturazione delle unità ostetriche di alta intensità, documentando una riduzione degli indicatori di morbilità severa nelle strutture che avevano implementato sistemi strutturati di high dependency care [25].

Per quanto riguarda il contributo specifico della formazione del team agli esiti ostetrici, le evidenze sono altrettanto robuste. Lo studio di Draycott e colleghi — uno dei più citati nella letteratura sulla sicurezza ostetrica — ha documentato una riduzione statisticamente significativa della morbilità neonatale grave nelle strutture che avevano implementato programmi di formazione multiprofessionale basati sulla simulazione [32]. Uno studio successivo dello stesso gruppo ha documentato che questo beneficio si mantiene nel tempo e che è associato a cambiamenti misurabili nella qualità della comunicazione del team durante le emergenze reali, non solo in quelle simulate [33]. Un’analisi californiana dei dati del CMQCC ha documentato che l’implementazione di pacchetti di intervento per l’emorragia post-partum — che comprendevano sia la strutturazione degli spazi che la formazione dei team — era associata a una riduzione statisticamente significativa dei tassi di isterectomia d’emergenza e di mortalità materna da emorragia nelle strutture partecipanti [19].

11. HDOU, Intensità di Cure e Gestione Proattiva del Rischio: Una Sintesi

Le High Dependency Obstetric Units, collocate nel quadro più ampio del modello per intensità di cure e sostenute dalla formazione multiprofessionale strutturata, rappresentano la risposta organizzativa più completa alla natura del rischio ostetrico come evento ad alta severità e a lunga coda temporale. La loro efficacia non risiede in nessuno dei singoli elementi che le compongono — né nella struttura fisica, né nel monitoraggio avanzato, né nel team multiprofessionale, né nel programma di simulazione — ma nell’integrazione di tutti questi elementi in un sistema coerente che opera secondo la logica della prevenzione attiva piuttosto che della risposta reattiva.

Questa integrazione richiede che l’organizzazione sanitaria — nella persona della sua direzione generale e della sua direzione sanitaria — adotti il modello per intensità di cure non come una scelta tecnica ma come una scelta di governance: la decisione di costruire attivamente le condizioni organizzative che rendono possibile la sicurezza, piuttosto che reagire agli eventi avversi quando si verificano. È una scelta che ha costi reali — di struttura, di personale, di formazione — ma che la letteratura e l’analisi attuariale dimostrano essere economicamente razionale oltre che eticamente necessaria.

Il danno ostetrico è definito catastrofale non solo perché produce danni di eccezionale gravità ma perché è in larga misura prevenibile. I sistemi sanitari che hanno investito nella strutturazione delle cure ostetriche per intensità, nella formazione multiprofessionale strutturata e nella verifica periodica delle competenze dei team hanno documentato riduzioni significative degli eventi avversi catastrofali. Questo non è un dato accidentale: è la conseguenza prevedibile del fatto che la maggior parte degli eventi avversi ostetrici gravi ha fattori contributivi organizzativi identificabili — ritardi nel riconoscimento, ritardi nell’escalation, comunicazione inefficace, competenze inadeguate al contesto — che i modelli HDOU e la formazione del team affrontano in modo diretto e sistematico.

12. Implicazioni per il Sistema Sanitario Italiano

Il confronto tra il modello delle HDOU internazionali e la situazione italiana rivela un gap strutturale che non è semplicemente tecnico o economico ma primariamente normativo e culturale. La definizione normativa delle unità ostetriche di alta intensità, con criteri di struttura, staffing, competenze e formazione che rendano la classificazione verificabile, è il presupposto senza il quale qualsiasi miglioramento rimane dipendente dall’iniziativa dei singoli. L’integrazione della strutturazione delle HDOU nei criteri di accreditamento regionali e nazionali è il meccanismo che trasforma la buona pratica in standard di sistema. La formazione obbligatoria con verifica delle competenze per il personale che opera in queste unità — sul modello dei programmi PROMPT britannici — è la garanzia che la struttura fisica sia sostenuta dalla competenza umana necessaria.

Il costo di questo investimento deve essere valutato in rapporto al costo del non investirlo. Un sistema sanitario che gestisce il contenzioso per danni ostetrici catastrofali — con risarcimenti nell’ordine di milioni di euro per singolo caso e passività che si estendono per decenni — sta pagando un prezzo che supera ampiamente quello che costerebbe la strutturazione sistematica delle unità ostetriche di alta intensità, dei programmi di formazione multiprofessionale e dei sistemi di verifica delle competenze. La logica economica della prevenzione — non solo la logica etica — impone che questo investimento venga fatto.

13. Conclusioni

Le High Dependency Obstetric Units, le Maternal High Dependency Units e le Obstetric Intermediate Care Units, integrate nel modello per intensità di cure e sostenute dalla formazione multiprofessionale strutturata, rappresentano la risposta organizzativa più efficace disponibile per la gestione proattiva del rischio ostetrico catastrofale. La formazione del team — che sviluppa le competenze tecniche e non tecniche di ostetrici, anestesisti, ostetriche e infermieri come sistema integrato piuttosto che come somma di professionisti individuali — è l’elemento che trasforma la struttura in sicurezza reale e che produce gli esiti documentati dalla letteratura internazionale.

Il modello per intensità di cure applicato al contesto ostetrico non è un’innovazione sperimentale: è uno standard consolidato nei sistemi sanitari più maturi, con evidenze di efficacia robuste e con una logica economica che ne giustifica l’adozione anche a prescindere dalla sua imprescindibile giustificazione etica. Il danno ostetrico è catastrofale per le famiglie che lo subiscono, per i professionisti che lo vivono e per i sistemi sanitari che lo gestiscono. La sua prevenzione — attraverso la strutturazione delle cure per intensità, la formazione integrata dei team multiprofessionali e la verifica sistematica delle competenze — è, in ogni senso possibile, un investimento che vale la pena fare.

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